Cibo buono e cibo cattivo? No, contro l’obesità serve approccio complessivo

L’obesità non si affronta con una proibizione del cibo spazzatura, ma con interventi sullo stile di vita.


A Bruxelles si è svolto ieri un seminario dell’European Policy Center intitolato “Il ruolo dell’educazione, della legislazione e delle scelte personali nel promuovere una migliore alimentazione e salute: stiamo usando gli strumenti giusti?”.

Esperti di alimentazione e politici si sono confrontati sul tema, cercando una risposta al quesito posto nel titolo del seminario.
Particolarmente interessante è risultato l’intervento della professoressa Theresa Nicklas del Baylor College of Medicine di Houston, negli Stati Uniti, che ha presentato i risultati di una ricerca condotta sui giovani americani. Lei e il suo team di studio hanno notato che aumentando il consumo di snack da parte di un gruppo di adolescenti statunitensi, si è verificata una diminuzione dell’obesità, un risultato molto diverso, dunque, da quello che ci si aspettava. La professoressa Nicklas spiega che “l’obesità è un problema molto complicato e non si risolve cambiando un solo aspetto: serve cambiare il comportamento alimentare nel suo complesso“.

Non si devono dunque etichettare i cibi come buoni o come cattivi. Per esempio, negli ultimi anni negli Stati Uniti e in Australia il tasso di obesità è aumentato, nonostante si sia registrata una diminuzione del consumo di zuccheri. ”Il sovrappeso è dovuto a una serie di comportamenti e non a una singola causa” ha confermato la professoressa Nickas.

In particolare, come ha evidenziato anche Emma Bonino, vicepresidente del Senato, l’obesità, più che con il cibo, ha a che fare con la sedentarietà, quindi “il problema non è tanto prendere a bersaglio un cibo piuttosto che un altro, ma è un problema di quantità, oltre che di qualità, ed è un problema di stili di vita. Non ci sono cibi buoni o cattivi, piuttosto un equilibrio buono o non buono”.

Qual è dunque la soluzione al problema obesità? Secondo la Bonino, “l’approccio più corretto è quello delle quantità e degli stili di vita e della sedentarietà a cui tutto ci spinge. Alla fine si rischia di mangiare troppo e muoverci poco. Non c’è, a mio avviso, una misura miracolo e proprio perché è un problema complesso c’è bisogno di vari tipi di intervento, tra i quali la promozione dell’attività fisica, a partire dalle scuole elementari”.

Il presidente della Confederazione europea dei panettieri, Henri Wagener, ha spiegato che “non ci sono alimenti sani o non sani: bisogna solo consumarne con moderazione“. Anche Despina Spanou, esperta della Commissione Ue, ha insistito su questo punto, ammettendo che “è tutta una questione di equilibrio”.
Il rappresentante del network europeo Epode, Jean-Michel Borys, ha spiegato che serve agire sul contesto nel suo insieme e adottando un approccio multiplo, con una metodologia complessa che combina diversi aspetti si può creare un ambiente in cui anche i gruppi vulnerabili possono fare le scelte giuste.

La professoressa Nicklas ha infatti precisato che è necessario agire sul contesto proprio per “creare un ambiente che permetta di sostenere un cambiamento delle abitudini e dia accesso a un certo tipo di cibo a una certa parte della popolazione”.

Serve dunque insistere sull’educazione alimentare e su uno stile di vita sano nel complesso, non solo a tavola. Insomma, non è il cibo spazzatura che fa male, ciò che fa male è mangiare tanto cibo spazzatura e non fare nulla per smaltirlo.

Al seminario è intervenuto anche l’ex direttore del Corriere della Sera, Piero Ostellino, il quale si è detto contrario all’introduzione di tasse contro determinati alimenti, perché il rischio sarebbe quello di avere effetti negativi sulla concorrenza. “Sono terrorizzato – ha detto Ostellino – dall’idea che la politica mi debba imporre quello che io devo mangiare”.

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