“Il disordine delle cose”, il nuovo libro di Silvia Pingitore: recensione e intervista

Un romanzo ironico e arguto con una bella varietà di personaggi e una co-protagonista d’eccezione: la Finlandia.

Silvia Pingitore Il disordine delle cose

Tra pochi giorni esce Il disordine delle cose, il nuovo libro di Silvia Pingitore, scrittrice 30enne nata a Roma, ma cosmopolita. Attualmente, infatti, vive a Londra, dopo aver trascorso un po’ di tempo tra Bruxelles, Parigi e Madrid, anche se è un altro Paese che l’ha ispirata per il suo terzo libro, la Finladia.

La protagonista de Il disordine delle cose è Lucia Fellini, un cognome che le dà qualche problema nei suoi primi giorni all’Università o meglio, all’inizio la aiuta, poi la fa finire nel solito isolamento cui era abituata già al liceo. Povera in canna, riesce a continuare gli studi grazie ai sacrifici dei suoi genitori e si iscrive al corso di laurea in S.C.E.M.I. (acronimo di Scienze Comunicative & Mediazione Intercontinentale) presso l’Università La Speranza di Roma. Proprio la satira sull’Università italiana è uno degli aspetti più interessanti di questo libro, l’autrice riesce a farne una sorta di parodia che è tristemente molto vicina alla realtà. Accanto a Lucia c’è una bella varietà di personaggi, dai compagni di corso come il bel Nicolò (che nasconde un segreto che scoprirete solo alla fine), la capricciosa Demetria e l’autoritaria Ludovica, ai famigliari, tra cui spicca il cugino Mirco che vuol sembrare il più furbo di tutto ma viene puntualmente smentito dall’ingenua Lucia.

E poi, come dicevamo, un’altra grande protagonista, la Finlandia: partendo dal poema epico Kalevala, che Lucia scopre prima attraverso delle citazioni in bagno e poi studiandolo in un corso ad hoc, la giovanissima Fellini si ritrova catapultata in quella terra così lontana da casa sua, con un compagno di viaggio quasi insopportabile (anche se lei è talmente paziente che sopporta tutti e tutto), e con una lingua che non conosce, ma che comincia ad amare.

Il disordine delle cose si troverà a partire dalla fine di ottobre per i tipi de La Lepre Edizioni nelle migliori librerie e attraverso i classici canali di vendita online

Dopo aver letto il libro abbiamo avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con l’autrice, ecco che cosa ci ha raccontato.

Ciao Silvia, questo libro può essere definito una sorta di romanzo di formazione almeno per la protagonista Lucia?

Visti i cambiamenti che attraversa la protagonista, direi che per lei è piuttosto un romanzo di tras-formazione. Per me invece, essendo il terzo libro, non so se possa definirsi ancora un romanzo di formazione, anche perchè la “formazione” di uno scrittore non dovrebbe finire mai.

In questo romanzo c’è una grande varietà di personaggi qual è il tuo preferito e quale invece ti ha dato più problemi nel definirlo?

Le mie preferenze vanno tutte al preside Mensola, alla professoressa Bove e all’impeccabile inettitudine che li accomuna. Non ho avuto particolari problemi a definire nessuno dei personaggi, nessuno è stato costruito a tavolino: hanno semplicemente preso vita da sé, ognuno con le sue idiosincrasie e fissazioni.

Un’altra grande protagonista a me è sembrata essere la Finlandia.Come mai hai scelto proprio quel Paese da mettere al centro dell’attenzione?

Da anni nutro una vera e propria fascinazione per la Finlandia, iniziata con la lettura dei romanzi di Arto Paasilinna e continuata con un viaggio per tutto il paese, da Helsinki al Circolo Polare Artico. Volevo evidenziare i contrasti fra due paesi e due mentalità agli antipodi, e la Finlandia si prestava bene allo scopo: ha caratteristiche singolari e misteriose che la rendono quasi un’Anti-Italia.

Come hai scoperto il Kalevala?

Il Kalevala l’ho cercato: volevo documentarmi sulle basi della cultura finlandese, e non è stato affatto facile. A parte i libri di Paasilinna, vi è pochissimo materiale letterario finlandese tradotto in lingue “europee”, anche e sopratutto perchè il finlandese è una lingua assurda, fra le più complicate del pianeta. E così ho setacciato a tappeto tutto quel che era stato tradotto, arrivando al poema epico Kalevala, una specie di “Bibbia” della cultura finnica essenzialmente basata sull’amore di questo popolo per la natura.

C’è anche una satira dell’Università italiana che non si può fare a meno di apprezzare. È anche questo uno degli intenti principali del libro?

Dopo aver scritto il libro, mi sono accorta che l’unico “intento” vero e proprio era soltanto il dimostrare la relatività del disadattamento, ovvero come il sentirsi un pesce fuor d’acqua possa svanire cambiando semplicemente luogo, nonostante il gap linguistico e culturale. La satira sull’università è strumentale a questo e all’ambientazione del luogo. Avevo sempre pensato che chi riuscisse a sopravvivere all’università pubblica italiana – e più in generale al sistema italiano – sviluppasse capacità ultraterrene di cavarsela in ogni situazione – e ora, vivendo all’estero, posso confermare che è proprio così: i nostri colleghi dei paesi “ordinati” non saprebbero e non sanno come gestire il più piccolo disordine.

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