Il futuro che viene dal passato: l’esperienza di Guado Urbino, “co-selling” di artigianato locale

Guado Urbino - Come funziona il co-selling artigianale

Al turista in visita a Urbino che si trovi a passare per Via Mazzini, può sembrare un negozio particolarmente “cool” che vende prodotti originali e di buona qualità. Guado Urbino creato da Alessandra e Francesco è però molto di più. Nasce da diverse spinte propulsive, idee e storie che si tangono tra loro convergendo in questo progetto innovativo: un “co-selling” di artigianato locale.

Alessandra Ubaldi e Francesco Hemmeler

Alessandra e Francesco ideatori del progetto Guado Urbino

Quali sono state queste spinte propulsive? La prima è il fascino che su Alessandra ha sempre esercitato l’artigianato, quello di qualità, che ricerca la perfezione della lavorazione manuale e sfiora l’arte. La seconda, ma non meno importante, visto che proprio da questa prende il nome l’associazione, è la riscoperta, negli anni ’90, della storia del guado che si era perduta nella memoria locale.

Per chi non lo sapesse, il guado è una pianta tintoria molto utilizzata dal 1200 (quando Bianca di Castiglia lanciò la moda del blu che dalla Francia si diffuse in tutta Europa) fino al 1600, quando fu soppiantata dal più economico indaco proveniente dall’Oriente. Nel Montefeltro, uno dei più importanti centri di coltivazione e lavorazione d’Europa, il guado era considerato l'”oro blu”.

La riscoperta di questa realtà storico-economica, avviene quasi per caso, quando un veterinario e appassionato di storia del luogo, Delio Bischi, comincia a chiedersi che cosa siano quelle strane macine dentellate che è solito trovare vicino alle chiese di campagna o nei pressi dei cascinali in cui vengono usate come piano di tavoli all’aperto. Condivide la curiosità con don Corrado Leonardi, anch’egli studioso della storiografia locale, e pian piano la storia di quello che il guado aveva rappresentato per il territorio nei secoli passati viene alla luce come i resti delle antiche civiltà.

L’ultima delle motivazioni alla base del progetto di Alessandra e Francesco è la presa di coscienza della forte perdita di identità del territorio in generale, e della città in particolare, in cui gli “indigeni” sono ormai disorientati in mezzo alla nuova “normalità” di un’economia che vive su studenti e turismo “mordi e fuggi” e che ha fagocitato quella che era la vita cittadina. Da qui la necessità di un progetto che facesse rivivere qualcosa di perduto negli ultimi decenni, che costituisse un centro di coesione e identificazione della vecchia quotidianità urbana che ruotava intorno a Via Mazzini, una delle vie più vivaci non solo dal punto di vista commerciale, ma anche umano, perché le botteghe erano centri di aggregazione e la strada luogo d’incontro e capannelli, anziché punto di passaggio verso gli uffici o le mete turistiche.

Di fronte al disagio per tali cambiamenti, Alessandra e Francesco avrebbero potuto scegliere la strada più semplice e volare nella Svizzera di cui Francesco è originario e dove svolge ancora parte del suo lavoro. Invece hanno deciso di scommettere sull’economia e sulla cultura locale e provare a cambiare le cose. Anzi, a cercare di riportarle dov’erano. “Mi piaceva l’idea di un futuro che viene dal passato” spiega Alessandra sintetizzando in questa frase l’obiettivo di Guado Urbino. Il progetto ha preso il via alla grande l’anno scorso, poco prima che il terremoto, che ha impattato non poco sul turismo, arrivasse a segnare una battuta di arresto.

Cos’è Guado Urbino e come funziona

Il gomitolo di foglie di guado

Il gomitolo di foglie di guado macerate è chiamata cuccagna, all’origine del detto il paese della cuccagna, per la ricchezza che produceva la sua coltivazione

Vediamo cos’è nel concreto Guado Urbino. È innanzi tutto un’associazione, perché in un Paese che penalizza proprio i talenti migliori, è l’unica forma possibile per tenere in vita questo tipo di progetto. Il negozio di Valbona, come i nativi chiamano l’attuale Via Mazzini, è solo la parte visibile dell’iceberg. Dietro ci sono il lavoro organizzativo di Alessandra e Francesco e quello creativo e manuale degli artigiani. Quando parliamo di artigianato ci vengono alla mente le immagini di prodotti un po’ naif e alternativi venduti nei mercatini. Non è il caso dei manufatti che troviamo sugli scaffali di Guado. Non è una scelta snobistica, al contrario… qui non sono graditi gli artigiani che si autoproclamano “artisti” o “designer”. Semplicemente, nelle intenzioni dei promotori, l’artigianato deve riappropriarsi del suo ruolo originario, quello che aveva quando ci si recava dal falegname, dal corniciaio, dalla sarta, con l’esigenza di prodotti funzionali, durevoli e di qualità. È questa la logica con cui Alessandra e Francesco selezionano gli aspiranti associati a Guado. Lo spazio non è infinito e una scelta è necessaria.

Una volta entrati a far parte dell’associazione, gli artigiani hanno un periodo “di prova” che serve a far capire sia agli uni che agli altri, quanto il prodotto “tiri” in quel particolare contesto. Dopodiché i soci potranno decidere se rimanere in maniera più o meno permanente, oppure a tempo determinato e alternarsi con altri artigiani. I vantaggi per chi produce sono evidenti: poter accedere alla vendita diretta dei propri manufatti senza dover sopportare costi fissi importanti ancora prima di sapere se il business avrà successo. In questo modo hanno invece un proprio spazio di riferimento in una via del centro storico di grande passaggio, che mette a disposizione materiale divulgativo e riferimenti dei singoli espositori. Anche la tediosa parte burocratica è azzerata! L’alternativa a Guado sarebbe diventare fornitori di altri negozi, con ricavi ovviamente penalizzati. L’associazione invece trattiene solo una percentuale minima sul venduto.

I vantaggi del co-selling d’artigianato

Il guado dopo l'ossidazione

Il guado dopo l’ossidazione

La domanda sorge spontanea: qual è per un artigiano il vantaggio di trovarsi qui rispetto all’e-commerce? Diciamo subito che è possibile l’acquisto anche attraverso il sito. Però, visto che di artigianato parliamo, non dobbiamo dimenticare il piacere di vedere con gli occhi, toccare con mano, conoscere le origini, la storia e assaporare il valore aggiunto della “passione” che accompagna un prodotto che esce dalle mani di una persona in carne e ossa, anziché da una catena di montaggio. E paradossalmente, questi capolavori fatti con materiali di qualità, essendo esenti da oneri pubblicitari, filiere lunghe o altri incrementi virtuali del prezzo, riescono a costare come un prodotto industriale di target medio, quando non addirittura meno.

Sul sito dell’associazione è possibile vedere i prodotti degli associati “storici”: le scarpe fatte a mano e su misura di Olivia Monteforte, la linea per la prima infanzia in cotone biologico e tinta con colori naturali di Evacresce, l’Antica Ceramica Durantina che nei disegni e nell’utilizzo di materiali e colori mantiene viva la tradizione locale della ceramica rinascimentale, i manufatti in tessuto tinto col guado, la robbia e altri colori naturali dell’Oasi dei Colori. E anche possibile, per chi si voglia cimentare personalmente nel disegno dei propri capi, acquistare i colori vegetali di Fantuzzi. Oppure le terracotte di Giombi che si rifanno a quelle della tradizione per l’uso quotidiano, o ancora i manufatti di D’Arte Restauri, che a dispetto del nome non si occupa solo di questo ma realizza anche prodotti decorativi realizzati con tecniche pittoriche tradizionali e antiche come la doratura, la laccatura o i calchi in gesso.

Guado Urbino co-selling di artigianato locale

Perché vi abbiamo raccontato l’esperienza di Guado Urbino? Certamente incoraggiare il consumo consapevole ed etico è uno dei nostri obiettivi. Ma non è l’unico. Nei sogni di Alessandra e Francesco, questo progetto ambizioso vuole essere il classico sasso buttato nell’acqua che crea onde concentriche che si allargano su una grande superficie. In un’epoca in cui la perdita di identità, la crisi occupazionale, la svalutazione del concetto di qualità, sostituito dalla mentalità dell’usa-e-getta non riguarda solo il Montefeltro ma l’intero pianeta, creando disagi al tessuto connettivo umano, all’ambiente, alle economie individuali, un progetto come questo merita di essere replicato anche in altre realtà che abbiano una forte tradizione artigianale. Perché allora non provare a muoversi in prima persona? Magari siete da tempo alla ricerca di un lavoro che non si trova, avete fantasia, grandi abilità manuali, ma vi spaventa l’idea di buttarvi in un’impresa tradizionale. Oppure avete un locale vuoto che sta lì solo a prender polvere e vi dissangua tra tasse e manutenzione. Provate a pensare in questi termini e vedere se è possibile farvi contagiare dal sogno di Alessandra e Francesco. Sicuramente non cambierete il mondo, ma l’aiuterete a fare un passettino in avanti.

A Urbino una associazione di co-selling di artigianato

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