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Human Flow, i migranti raccontati da Ai Weiwei

Human Flow - Recensione

Un viaggio dall’Africa agli Stati Uniti per parlare del dramma dei rifugiati.

Human Flow - Recensione

Ai Weiwei, artista cinese di fama mondiale, ha diretto un documentario Human Flow interamente dedicato al dramma dei migranti. Presentato all’ultimo Festival di Venezia, dov’era in concorso, Human Flow ha per protagonisti gli oltre 65 milioni di migranti che si sono lasciati alle spalle tutto: la loro casa, le loro routine per ripartire e riprovare a vivere in un altro Paese.

L’artista cinese ha viaggiato per ventitré Paesi per raccontare la vita straziante dei migranti dal Kenya passando per l’Afghanistan, la Francia, la Germania, l’Iraq e la Siria, il Messico, il Mediterraneo e la striscia di Gaza. Questi sono solo alcuni dei luoghi che ha visitato. Ai Weiwei conosce bene la situazione visto che dovette abbandonare la sua casa insieme al padre, ricercato dal regime comunista.

Ai Weiwei fa parlare i rifugiati, dà loro voce e li ascolta. L’artista cinese dà voce ai loro bisogni, a cosa li ha spinti a lasciare le loro case per gettarsi in una nuova vita, spesso ritrovando la morte: sicurezza, un riparo, la pace o diventare quello che si vuole essere. Il ritratto del mondo e delle autorità politiche in Human Flow, siano esse gli Stati Uniti o l’Unione Europea, è molto negativo.

La carriera dell’artista e designer cinese è stata da sempre improntata sul rifiuto dei confini e un interesse per l’attivismo. Human Flow è un’opera fortemente artistica, grazie alla fotografia curata da una folta équipe, fra cui campeggia anche lo stesso Ai Weiwei. I numerosi direttori alla fotografia sono fra i 200 membri della troupe che ha girato il mondo per ridare dignità a vite e storie spesso troppo velocemente dimenticate.

Per il produttore esecutivo Andrew Cohen (che ha prodotto anche l’altro documentario dell’artista Never Sorry) “Human Flow è una prosecuzione del lavoro di Weiwei”. Se nelle sue opere d’arte, Weiwei ha dato spazio all’assurdità e alle contraddizioni della bellezza umana. Nel documentario Human Flow ha offerto “dignità, speranza e umorismo” ai rifugiati durante la loro “ricerca di felicità”.

Nello scorso anno, quando è stato girato Human Flow, 22 milioni di persone hanno acquisito lo status di rifugiati. Hanno lasciato le loro case natali e hanno viaggiato in mare e per terra, combattendo la fame, le malattie, violenze, stupri e una sempre più crescente intolleranza (e indifferenza).

Il film di Ai Weiwei vuole far riflettere sulla condizione di rifugiato, ma non vuole essere un lungometraggio politico. Allo spettatore Human Flow dà spunti di riflessione con citazioni, analisi, dati e una serie di volti indimenticabili.

Le storie di parte di quei 22 milioni vi aspettano al cinema dal 2 al 5 ottobre.
Human Flow è diretto da Ai Weiwei ed è distribuito da 01 Distribution.

Chiara Laganà
Giornalista professionista dal 2007, appassionata di cinema, sport, serie TV. Si è innamorata della settima arte guardando un film di Truffaut e delle serie TV perdendosi nei corridoi della Sterling Cooper e del County General Hospital di Chicago.

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