Il Medico di Campagna e il suo piccolo mondo antico

Il film di Thomas Lilti al cinema dal 22 dicembre.

La scuola cinematografica francese negli ultimi anni ci ha riservato rare soddisfazioni e diverse delusioni. Non è il caso di questo film, deliziosamente ironico, in uscita il 22 dicembre nelle sale. Una storia semplice: Jean-Pierre Werner (François Cluzet) è un medico condotto con uno stile d’altri tempi, in servizio, non H24/7, ma piuttosto operativo giorno e notte, per tutti i giorni dell’anno e in qualunque condizione meteo: lui non è uomo da acronimi, sigle, abbreviazioni. Lui è nemico delle cose affrettate perché la dedizione richiede tempo e il tempo che si perde da una parte si guadagna dall’altra.

Dopo la scoperta del tumore al cervello, il suo oncologo e amico prende l’iniziativa di mandargli in aiuto Nathalie Delezia (Marianne Denicourt), neolaureata, seppur di mezza età, con un approccio più “attuale” alla professione. Mal tollerata all’inizio dal collega, a proprie spese scoprirà la vita vera del medico “tuttologo” di campagna, o almeno di questo medico di campagna, non semplice compilatore di ricette e impegnative, e ne resterà affascinata e coinvolta.

“I care” potrebbe essere, per una volta senza millanteria, il motto della vita lavorativa e non del dottor Werner – Jean Pierre come lo chiamano i suoi pazienti -, la cui cura non si limita alla diagnosi e alla prescrizione, ma è una cura a tutto tondo: cura la depressione con iniezioni di autostima, aiuta la nonnina a misurare il gasolio, la madre single a richiedere il sussidio, il novantaduenne ormai prossimo al trapasso, a morire in casa propria, arrivando addirittura a “rapirlo” dall’ospedale dov’è finito per l’insubordinazione della sua assistente.

Non sappiamo come sia la situazione in Francia, ma visto con occhi italiani appare un po’ surreale: il sindacato sarebbe già insorto contro lo stacanovismo del dottor Werner e lo Stato lo avrebbe sicuramente processato per rapimento. Ma sono poesia e passione, non realismo che ci vuole regalare il film.

Lo scenario geografico e umano della vicenda ci ricorda la Brescello di Don Camillo e Peppone, nemici-amici, dove a fare la parte di Don Camillo è un medico ateo e scientemente conservatore, mentre il compagno Peppone è impersonato dal sindaco filo-capitalista, promotore della costruzione di un moderno polo medico, con finalità (probabilmente) speculative.

Ma abbiamo l’impressione che Thomas Lilti, il regista, che di professione fa anche il medico, sia solo partito dal suo campo di competenza per raccontarci, non della medicina con la M maiuscola, ma di quella molto più efficace, per il corpo oltre che per lo spirito, che consiste, come faceva dire il suo connazionale Antoine de Saint-Exupéry alla volpe, nel creare dei legami.

Il medico di campagna - Film - Recensione

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