Making a Murderer: Netflix fa scarcerare un condannato

La assurda storia di Steven Avery in un documentario.

Making a Murderer

In America è un vero e proprio caso mediatico: Making a Murderer, documentario-film prodotto da Netflix, ha diviso il pubblico. Steven Avery è davvero innocente? Il documentario, lo ricordiamo, tratta delle vicende giudiziarie di un uomo, Steven appunto, che è stato rinchiuso in carcere per 18 anni, accusato di stupro, da innocente.

Grazie ai progressi della ricerca scientifica e del DNA, Steven è stato infatti scarcerato all’età di 41 anni, dimostrando la sua piena innocenza (e chi era il reale stupratore). Grande gioia per lui e per la sua famiglia, che lo ha finalmente potuto riabbracciare. In quei 18 anni di prigionia, Steven ha dovuto dire addio a sua moglie e non ha potuto veder crescere i suoi cinque figli. Tutto sembrava essersi sistemato, ma l’idillio è durato poco.

Il nuovo processo

Proprio dopo una settimana dal processo civile e penale che avrebbe assegnato a Steven un risarcimento per quei 18 anni di prigione, ecco che un’altra accusa pende su di lui: questa volta, un’accusa di omicidio. Una fotografa, Teresa Halbach, è scomparsa. Troppe prove indicano che Steven avrebbe ucciso Teresa, nonostante non avrebbe avuto un solo motivo al mondo per compiere questo orrendo delitto. Ma nel suo terreno vengono trovati resti umani e l’auto di Teresa. E per Steven ricomincia l’incubo.

La confessione di Brendan

Gli spettatori rimangono ancora più confusi quando vedono Brendan, il nipote di Steven, confessare la sua partecipazione all’omicidio e, di fatto, condannare lo zio. Questa volta sembra non esserci nessun errore: i due sono colpevoli, e devono passare tutta la vita in carcere.

Ma qualcosa non quadra. Al di là di tutte le irregolarità che avvengono durante le perquisizioni a casa di Steven, al di là della mancanza di sangue di Teresa nel presunto luogo del delitto, quella confessione ha qualcosa che non va. Brendan, si scoprirà in seguito, ha un QI di 70, cosa che lo rende un ritardato mentale, pronto a dire qualsiasi cosa pur di compiacere il prossimo. Non distingue tra un poliziotto e il suo avvocato, non sa in che guaio si sta cacciando. Guardando la “confessione” di Brendan, è evidente che nulla di ciò che dice proviene da lui. I poliziotti “suggeriscono” al ragazzo (appena sedicenne) le risposte, e lui conferma tutto.

I nuovi sviluppi

A distanza di 10 anni, ora che Steven e Brendan sono in carcere da una decade, e forse ingiustamente, qualcosa si sta muovendo. Il 12 agosto 2016 un giudice federale (forse anche grazie al documentario e alla sua grande risonanza mediatica?) ha ritenuto incostituzionale il metodo con cui è stata ottenuta la confessione di Brendan (non c’era un adulto con lui), e di fatto ha stabilito che la confessione è stata estorta. Brendan sarebbe già dovuto uscire di galera, ma lo Stato del Wisconsin ha fatto appello. Se l’appello venisse accolto, Brendan dovrebbe affrontare un nuovo processo. Ma senza la confessione, e senza alcun altro tipo di prova a suo carico, il risultato sembra scontato.

Intanto, la nuova avvocatessa di Steven promette che nuovi test del Dna potranno stabilire al 100% l’innocenza del suo cliente. Se Steven fosse dimostrato estraneo ai fatti, sarebbe l’uomo più sfortunato al mondo, con 28 anni della sua vita passati in carcere da innocente.

Valeria Martalò     

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